Il pendolo di Facault

Il Pendolo di Faucault, così chiamato in onore del fisico francese Jean Bernard Léon Foucault, è un marchingegno concepito per dimostrare la rotazione della Terra attraverso l’effetto della forza di Coriolis.

Il primo esemplare fu presentato proprio da Facault al pubblico oggi, ma nel 1851, ed era costituito da una sfera di 30 kg sospesa alla cupola del Pantheon.

Ad ogni latitudine della Terra, tranne che lungo la linea dell’equatore, si osserva che il piano di oscillazione del pendolo ruota lentamente.

Al Polo Nord e al Polo Sud la rotazione avviene in un giorno siderale.in accordo con la legge del moto di Newton.
La rotazione avviene in senso orario nell’emisfero boreale e in senso antiorario nell’emisfero australe. Il concetto può essere difficile da comprendere a fondo, ma ha portato Foucault a ideare nel 1852 il giroscopio.

L’asse del rotore del giroscopio segue sempre le stelle fisse; il suo asse di rotazione appare ruotare sempre una volta al giorno a qualunque latitudine.

Ma questo apparecchio di sperimentazione fisica, il cui nome è stato usato anche per dibattere sull’inauspicata natura molliccia del simbolo distintivo della mascolinità è anche il titolo del più bel romanzo di Umberto Eco.

È il suo secondo romanzo ed è ambientato nei primi anni della vita dello scrittore di Alessandria, arrivando ai primi anni ottanta.

Il pendolo di Foucault è suddiviso in dieci segmenti che rappresentano le dieci Sephirot.

Il romanzo è ricco di citazioni esoteriche alla Cabala, all’alchimia e alla teoria del complotto.

Casaubon, l’io narrante, è dapprima studente e poi giovane professionista dell’editoria a Milano.

Attraverso una serie di eventi, trova nel mito dei Cavalieri templari la sua vera ragion d’essere culturale e professionale. Da tale mito tuttavia si diramano una serie di filoni che corrispondono alla parte più occulta o a quella più reietta della cosiddetta civiltà occidentale.

Eco evita questa insidia senza soffermarsi sul mistero storico che ha circondato i Cavalieri templari. Non ne fa un lavoro escatologico, concentrandosi piuttosto nel grande lavoro descrittivo attraverso la narrazione di Casaubon e Belbo.

Il libro è molto di più di una fiction erudita per palati fini. E un’opera iniziatica capace di mettere insieme templari, cabala, illuminati, legionari filonazisti, aristocratici e massoni, senza mai essere ridicola o grottesca.

Richiami filosofici, storici, biblici, classici, rinascimentali, esoterici o contemporaneissimi e molto tecnici, sono continui e talmente sottili da lasciare disorientati e sconcertati.

Il fitto ricamo di saperi, tanto specialistici e arcani quanto fascinatori e seduttivi lascia il lettore, al compimento dell’ultima pagina, con la sensazione di saperne molto di più su una parte del sapere che nessuna scuola ha mai raccontato.

Le idi di Marzo: Giulio Cesare

La corona d’alloro la portava sempre, forse anche al mattino sul pensatoio. Lo narra Svetonio che ce lo descrive, novello maniaco del fitness, dedito ai limiti del fanatismo alla cura della bellezza del corpo. Ossessionato dalla incipiente calvizie cercava di mascherarla con improbabili riporti a loro volta mascherati, e tenuti su, dalla corona del trionfo.
La storia, nella sua ossessione di somigliare ad un fantasy nel quale si celebra una eterna guerra tra il bene ed il male, ce lo passa tra i buoni, e di converso colloca tra i cattivi i suoi nemici, a partire da Pompeo per finire a Bruto e Cassio.
Per poi scoprire che, nella irresistibile ascesa della sua fulminante carriera tra i principi del foro romano, aveva ispirato e partecipato alla preparazione delle due congiure di Catilina, defilandosi abilmente all’ultimo momento, o che la sua elezione a Pontefice Massimo nel 63 a.C. fu dovuta ad una vera e propria compra di voti tra i cittadini romani, pagata voto per voto con copioso denaro sonante.
Espanse il dominio di Roma oltre le Gallie fino ad alcuni territori della Britannia, frenato poi dalla resistenza dei druidi e a sud e ad est nelle terre africane e in quelle che un tempo furono la culla di Alessandro Magno.
Questo bastò e farne un amatissimo dio tra il populus romanus. Il consenso della masse, che non si scalfì neanche in occasione delle concupiscienti relazioni con le bellezze egizie, accrebbe la sua convinzione di essere predestinato a sedere sullo scranno più alto di Roma, e su quello che era diventato già un vasto dominio.
I suoi avversari divennero nemici e furono eliminati perchè considerati intralcio alla sua ascesa e alla sua azione di “miglior governante di Roma allora esistente”.
Demolì il triumvirato e, dopo la sfida lanciata al senato con il varco del Rubicone e il “bellum civile”, fu esclusivamente per la la grande prova di forza militare che ottenne la nomina a dittatore scaturita, infine nel 44 a.C, in quella perpetua di dittatore a vita. Aveva raggiunto il totale dominio su Roma, ma non gli bastava. La sua ambizione (secondo moltissimi storici specie di tradizione britannica) era quella di vedere posata sul suo capo la corona reale. Quest’ultimo atto, che avrebbe sancito anche nella simbologia dopo cinquecento anni di storia la fine della Res Publica romana, fu la goccia che fece traboccare il vaso.
I cattivi Bruto e Cassio, alla guida di una pattuglia di senatori, lo uccisero nella culla della democrazia romana.
Ma Gaio Giulio Cesare aveva ormai tracciato un profondo solco nel quale si inserì Ottaviano che completò l’opera demolendo definitivamente, dopo 500 anni, la repubblica e la democrazia romana, aprendo definitivamente le porte all’assolutismo dell’impero.
Giambattisa Vico parla di corsi e ricorsi storici e se proviamo a collocare quei fatti nella nostra epoca vediamo che forse qualcosa è già successo.
Nei primi anni ’90 l’azione giudiziaria demolisce la prima repubblica, che guarda caso viveva da 50 anni (manca uno zero per fare 500), e con essa il sistema dei partiti, vero volano della democrazia.
Irrompono nella politica personaggi che si sentono predestinati. Iniziano a spostare l’asse gravitazionale dal partito al leader e a considerare questi non più un centro di dialettica democratica, fondata sulle ideologie, in cui il leader è funzionale all’ascesa del partito, ma delle vere e proprie organizzazioni multi-level eaclusivamente funzionali all’ascesa del leader.
Il sistema costituzionale, che regola il funzionamento del parlamento, diventa un legaccio, i partiti piccoli sono un intralcio, ed i parlamentari troppo autonomi. Una somma di ostacoli che limitano l’azione di governo del premier il quale, nella auto celebrazione di predestinato alla guida del paese, comincia a coltivare il teorema dell’uomo solo al comando.
Ed ecco che vengono abolite le preferenze ed il parlamento diventa una pletora di nominati, asserviti ai leader che li scelgono.
Il sistema elettorale viene modificato nel tentativo di cancellare i partiti piccoli e giungere al bipartitismo. Si tentano riforme costituzionali per limitare l’azione del parlamento. Si comincia a pensare (e poi ci si riesce) di abbattere il numero dei parlamentari o abolire una delle due camere per aumentare il potere del governo e del premier.
Non far disturbare il manovratore. Questo è lo slogan. Un vero e proprio disegno per mettere in piedi un processo di demolazione delle garanzie costituzionali e dei pesi e contrappesi politici con il fine di racchiudere nelle mani di un solo uomo il potere assoluto.
Non è stato solo frutto dell’ambizione di un “uno”. C’è stata anche la complicità degli avversari che sognavano di fare quello che voleva fare “l’uno” al posto de “l’uno”.
Rispetto a due millenni fa sono mancate le guerre, le uccisioni. Ma oggi non vanno più di moda. Troppe analogie raccontano che i disegni erano gli stessi o quantomeno simili e i metodi, gli argomenti, la propaganda, le demagogie erano assolutamente identiche.
Oggi come allora una democrazia repubblicana balbettante, incerta nei suoi meccanismi di scelta dei governanti, incapace di assicurare una stabilità di governo, ferita dagli scandali, cede i suoi spazi all’assolutismo dell’uomo solo al comando, con la compiacenza esasperata del popolo.
Allora il processo si completò.
Oggi siamo solo agli inizi ?
Magari Vico saprebbe risponderci.
Una cosa è certa: nella storia, bene e male e buoni e cattivi sono solo un punto di vista.

La merla di Persefone

La colpa fu di Persefone o Proserpina, che era troppo bella.
Di essa si invaghì Ade, o Plutone, il dio dei morti, e la rapì, portandola con sé appunto nell’Ade, o regno degli inferi.
Demetra (o Cerere), la dea del raccolto, afflitta dalla tristezza di aver perduto la figlia portò, per rabbia o disperazione o forse vendetta, autunno e inverno, che provocava all’epoca anche pesanti carestie.
Ade ben consapevole della infelicità di Persefone, costretta a vivere nel lugubre regno del dolore e della morte, la costrinse a mangiare dei chicchi di melograno.
Per una eterna legge del destino era stabilito che quella sposa che avesse mangiato, nella casa del marito, alcuni chicchi di questo frutto non avrebbe più abbandonato il suo talamo e, pur se si fosse riuscita ad allontanare, presto vi avrebbe fatto ritorno.
E infatti Persefone riuscì a sfuggire alla sorveglianza di Ade, per tornare da Demetra, ma potette restare con la madre solo per poco tempo perché attratta dall’incantesimo del melograno che la costringeva a tornare nell’Ade.
Zeus (o Giove) che era un saggio onde chetare la disputa stabilì che Persefone avrebbe vissuto mezzo anno con la madre e mezzo anno con Ade.
E fu così che Demetra, quando trascorrevano i mesi in cui mancava della figlia, condannava la terra al freddo e al gelo e quando sopraggiungeva Persefone donava agli uomini il caldo della primavera e dell’estate.
Quando arrivava l’epoca in cui Persefone stava per raggiungere la madre si faceva precedere, con un ampio anticipo, da una merla che preannunciava il suo arrivo.
All’epoca gli uccelli erano visti dagli antichi come messaggeri degli dei.
Il sopraggiungere del nero volatile avrebbe avvisato Demetra di cessare i rigori dell’inverno e pian piano di stiepidire l’aria per i fasti della primavera.
A questa leggenda se ne accoppia un’altra che vuole che se nei giorni della merla la temperatura sarà mite allora l’inverno durerà a lungo, se invece saranno giornate fredde l’arrivo di Persefone sarà vicino e con essa i tepori della primavera.
Ecco perché i freddi degli ultimi giorni di gennaio, che sono considerati anche gli ultimi, si chiamano i giorni della merla.

AMANTINE, AURORE, LUCILE DUPIN

donna di grande personalità ha caratterizzato la storia europea dell’Ottocento.
Scrittrice, drammaturga e sceneggiattrice di successo ha prodotto 143 romanzi, 24 commedie e 34 opere teatrali.
Bellissima e molto affascinante ha amato ed è stata amata da De Musset e da Chopin.
Ha vissuto in tutta l’Europa nella quale ha lasciato il segno indelebile della sua arte.
Aderì al socialismo umanitario di Proudhon e sostenne le svolte repubblicane della metà dell’Ottocento francese. Si distinse con convinzione dal socialismo scientifico di Marx.
Nei primi anni dell’Ottocento per entrare nel mondo della cultura letteraria francese si vestiva da uomo, abitudine che ha conservato anche successivamente quando ormai, divenuta un pilastro della letteratura europea, non era più necessario anche per la rapida caduta dei pregiudizi sociali nei confronti delle donne. Si vestiva da uomo e si faceva chiamare con un nome maschile.
Era George Sand.

R.S.M.

Fu uno scalpellino dalmata, fuggito dall’isola di Arbe per salvarsi dalle persecuzioni dei cristiani ad opera dell’Imperatore Diocleziano, che fondò una comunità sulla vetta aspra di quel monte.
Era il 3 settembre del 301 d.C. e da quel giorno quel piccolo borgo iniziò il suo lungo e singolare cammino nel tempo.
“Relinquo vos liberos ab utroque homine” disse il tagliapietre quando, ormai vecchio, si stava apprestando ad attraversare lo Stige: “Vi lascio liberi da entrambi gli uomini”.
Quel testamento spirituale, che poteva ai più apparire banale, fu il marchio che caratterizzò i suoi circa duemila anni di storia.
Più volte sia il Papa che l’Imperatore, i due uomini, cercarono di soffocarne l’identità ma invano.
Eppure era una comunità così piccola che non le possenti armate di quei tempi, ma un semplice battaglione sarebbe stato sufficiente a ridurre in cattività.
“Nemini teneri” fu il suo motto: “Non dipendere da nessuno”.
Scorsero i secoli e quella piccola e tenace comunità si diede i primi organi di autogoverno.
Era l’Arengo, la assemblea dei capifamiglia.
Non ebbe Re, tantomeno Imperatori. Fu il primo rudimento di uno Stato Parlamentare.
La guidavano due consoli, oggi chiamati “capitani” eletti dall’Arengo solo ogni sei mesi.
Cominciarono sin da allora a fare capolino nella sua storia, e nella storia dell’umanità, due concetti che sembrano molto moderni ma che, in realtà, furono scalfiti su quel monte molti secoli prima che facessero conoscenza con il resto del pianeta: democrazia e repubblica.
Non passò molto tempo dalla sua fondazione prima che quella piccola comunità divenisse uno Stato.
Piccolino, quasi insignificante sulla mappa del pianeta, ma talmente forte da essere riuscito, sino ad oggi, a mantenere la sua indipendenza e a diventare, sempre arroccato sulla vetta di quel monte, il più celebre del mondo.
Quel monte si chiama il Titano, e quello scalpellino che lo fondò si chiamava Marino, divenuto poi santo e voi conoscete quel piccolo Stato come la Serenissima Repubblica di San Marino, la più antica del mondo.
Il 17 novembre del 1956 vi nacque un certo Massimo Carugno che voi dovreste conoscere bene.

SECONDINO TRANQUILLI

Scrittore, saggista, letterato di grande spessore e profondità culturale sì da essere candidato per ben dieci volta al Nobel. Fu anche un pensatore politico di grande rilievo e parlamentare nella Costituente.
Il suo percorso ideologico è un cammino che dovrebbe essere da insegnamento per le nuove generazioni della politica italian.
Fu uno degli ispiratori della nascita dell’area culturale e politica del socialismo italiano.
Poi nel 1921, a Livorno, seguì Bordiga e divenne, nel PCI, l’uomo degli esteri, approdando a Mosca dove coltivò i rapporti con la nomenklatura sovietica.
Nel 1930 ampie riflessioni sulla realtà comunista lo riportarono a casa, nella famiglia socialista.
Nel 1947 all’interno del PSI abbracciò l’autonomismo sfidando Nenni e schierandosi contro la scelta filocomunista del “fronte popolare”.
Nei suoi ultimi anni sposò le idee socialdemocratiche saragattiane acuendo la distanza che lo divideva dal mondo comunista che lo portò a vederlo incompatibile con il pensiero socialista.
Di lui ci resta l’affresco meraviglioso delle terre d’Abruzzo nel quale narra la straordinaria umanità della sua gente aspramente condita dalla miseria nella quale viveva.
Ma il saldo del destino fu ingrato e, nell’ultimo atto politico della sua vita, Pescina, dove era nato e alla quale aveva donato la ricchezza delle sue narrazioni, gli lasciò una misera  manciata di voti.
Era il 1953 e non fu eletto deputato nel P.S.D.I. di Saragat.
Quel ripudio della sua gente lo allontanò definitivamente dalla politica attiva.
Muore il 22 agosto del 1978 a Ginevra.
Voi lo conoscete con il nome di Ignazio Silone.

EDDA VAN HEEMSTRA

aveva solo 11 anni quando i tedeschi occuparono la cittadina olandese di Arnhem, dove viveva con la mamma.
Il padre Joseph Anthony Ruston era britannico e aveva da qualche anno già divorziato dalla moglie e abbandonato la famiglia.
Tra le cause ci furono anche le sue simpatie per i nazisti.
Non era il suo vero nome e aveva adottato il cognome della mamma in luogo di Audrey Kathleen Ruston, che aveva abbandonato per il suo suono pericolosamente britannico.
Edda faceva studi di danza e si recava a ballare in eventi clandestini per finanziare il movimento di resistenza alla occupazione nazista.
La famiglia del padre aveva origini altamente aristocratiche ed aveva tra gli ascendenti il Re Edoardo III.
Durante l’occupazione, specie dopo lo sbarco in Normandia, la pressione dei tedeschi si fece ancora più crudele e lei soffrì di malnutrizione per le confische di derrate alimentari. Nonostante ciò, sebbene giovane adolescente, si offrì di fare da staffetta tra le linee di guerra per la consegna di messaggi segreti alla forze partigiane olandesi e, dopo lo sbarco, anche alle forze alleate.
Alla fine della guerra era un giovane scricciolo, fragile per le sofferenze subite.
Nel ‘48 ritornò con la mamma a Londra dove proseguì gli studi di danza con la celebre maestra Marie Rambert. Dopo qualche tempo però la dissuase dal proseguire a causa della sua altezza di 1,67 e per la fragilità derivata dalla malnutrizione patita, sebbene la ragazza avesse delle indubbie ed eccellenti doti recitative.
La sua carriera di attrice iniziò con un documentario educativo: Nederlands in zeven lessen (L’olandese in 7 lezioni).
Ma il suo vero esordio, dopo alcune comparsate cinematografiche, fu nel 1951.
Durante le riprese del film Vacanze a Montecarlo, la scrittrice Colette, il cui romanzo Gigi era stato trasformato in una commedia per Broadway, la notò per la sua bravura e per la sua eleganza e la scelse per interpretare proprio la parte della protagonista.
La commedia riscosse un discreto successo di critica e la sua interpretazione moltissime lodi.
Ma nessuno poteva prevedere che da quel momento stava prendendo l’avvio la carriera di una delle più straordinarie attrici della storia del cinema mondiale.
Vacanze Romane, Sabrina, Colazione da Tiffany, Sciarada, My fair lady, Due per la strada, fu la sequenza dei suoi film più noti.
Fu subito vista come l’emblema del fascino e dello stile, lo stilista Givenchy la definì una delle donne più eleganti del mondo.
Vinse il primo Oscar già al suo esordio con Vacanze Romane a cui seguirono una valanga di premi: 2 golde Globe, 3 David di Donatello, 1 Grammy e 1 Emmy.
Negli anni Settanta abbandonò gradualmente il mondo del cinema per dedicarsi ad attività umanitarie.
Fu nominata ambasciatrice dell’Unicef e furono numerosissime le missioni in Africa in aiuto alle comunità di bambini sofferenti per fame o malattia.
È stata indiscutibilmente una delle attrici di maggior fascino ed eleganza mai esistite ed ha segnato la storia del cinema per essere stata giustamente considerata il simbolo della classe nel mondo della donna.
Agli inizi della sua carriera cinematrografica aveva assunto il cognome della nonna paterna e voi l’avete conosciuta con il nome di Audrey Hepburn.
P.S. Audrey, Whitney…chissà perchè le donne di cui mi innamoro hanno tutte il nome che finisce in “ey”.

Evangelos Odysseas Papathanassiou

Quelli della mia generazione lo iniziarono a conoscere nei primi mesi del ’68. Il gruppo era quello degli Aphrodyte’s Child composto da tre ragazzotti greci che erano approdati in Francia alla ricerca di successo per i loro virtuosismi musicali.

In effetti erano quattro, ma uno si perse per strada per ragioni di obblighi di leva militare, e la destinazione era Londra ma nello scalo a Parigi furono invece trattenuti per irregolarità dei loro documenti.

Fu così che assieme a Demis Roussos e a Loukas Sideras iniziarono la loro carriera musicale facendosi conoscere per il loro sound particolare nel quale il sapore mediterraneo delle loro radici elleniche era certamente il gusto caratterizzante.

Quegli anni turbolenti, specie a Parigi, furono forse la loro fortuna perchè Rain and tears, il loro brano di esordio, con il suo sapore malinconico ispirò l’anima idealista dei giovani di allora e fu così che quella melodia romantica, composta sulla base del seicentesco Canone in re maggiore dell’abate tedesco Johann Pachelbel , divenne l’inno del “maggio francese”.

(il video è tratto dal seguente indirizzo: https://youtu.be/YQyxCL1uMlU)

Quelle che seguirono furono vere hits come It’s five o’ clock e Spring Summer Winter and Fall conosciute in tutto il mondo.

Nel 1971, dopo aver anche segnato una collaborazione con Irene Papas, il gruppo si sciolse e mentre Demis Roussos avviò la carriera da cantante solista Evangelos si dedicò alla composizione e all’arrangiamento musicale.

Nei primissimi anni produsse alcuni dei suoi album più famosi, come Heaven and hell, Spiral e China .

Iniziò inoltre a collaborare con alcuni artisti italiani, in qualità di arrangiatore. Fu determinante per la realizzazione di veri successi. E tu di Claudio Baglioni e Concerto per Margherita di Riccardo Cocciante furono segnati dal suo innegabile  influsso e le melodie delle tastiere richiamavano quelle già utilizzate dagli Aphrodite’s Child.

Ben presto però venne scoperto dal mondo della celluloide e nel vasto e difficile tema delle colonne sonore il suo  successo divenne un fiume trovolgente. 

Da Blade runner a 1492- La conquista del Paradiso, per finire a Momenti di gloria con il quale vinse l’Oscar fu presto conosciuto in tutto il mondo come uno dei compositori di soundtrack più bravi e talentuosi.

Compose anche l’inno dei mondiali di calcio del 2002 e successivamente tornò al cinema con il film cult Alexander di Oliver Stone.

Con una miriade di altre composizioni e creazioni musicali la sua marcia sembrava inarrestabile, ma il male del terzo millennio non ha guardato in faccia nessuno e il 19 maggio 2022, si dice per complicazioni da Covid, è scomparso Evangelos Odysseas Papathanassiou che voi avete conosciuto come Vangelis.

(il video è tratto dal seguente indirizzo:  https://youtu.be/PZnodJJ7l_I)

 

 

 

 

LUCIO GIUNIO BRUTO

Il signore ritratto nell’immagine è Lucio Giunio Bruto.
Non quello che la storia colloca tra gli infami ed i cattivi per aver ucciso Cesare (che poi è tutta da vedere sul chi siano davvero i cattivi), ma un signore vissuto diversi secoli prima, forse più protagonista del suo più noto epigono.
Siamo nel 500 e rotti avanti Cristo e su Roma regna un tipaccio, di razza etrusca, chiamato Tarquinio.
È il settimo re di Roma, ma anche il peggiore. Arrogante, presuntuoso, cattivo violento, crudele accompagnando queste infamie, nelle quali eccelleva, in una totale mediocrità delle restanti pieghe della sua personalità.
Era chiamato Tarquinio il Superbo.
I suoi figli erano peggio di lui, avendo ereditato dal padre tutti i difetti e nessuno dei labili pregi, ammesso che ne avesse qualcuno.
Uno di loro, Sesto Tarquinio, pretese di possedere Lucrezia, una nobildonna moglie di Collatino.
Lucrezia, vinta dal disonore si suicidò.
Tito Livio racconta che successe davanti a Bruto, al marito Collatino e al padre di lei Spurio Lucrezio.
L’antenato del figlio di Cesare, indignato dell’evento, estrasse il pugnale dalla ferita mortale e pronunciò un solenne giuramento:
«Su questo sangue, purissimo prima che il principe Sesto Tarquinio lo contaminasse, giuro e vi chiamo testimoni, o dei, che da ora in poi perseguiterò Lucio Tarquinio il Superbo e la sua scellerata moglie, insieme a tutta la sua stirpe, col ferro e con il fuoco e ogni mezzo mi sarà possibile, che non lascerò che né loro, né alcun altro possano regnare a Roma.»
E così fu.
Trasportarono il corpo della donna nella piazza principale della città di Collatia, dove la donna si era suicidata, attirando l’attenzione della folla, che dopo aver saputo dell’accaduto si indignò per la protervia di Sesto Tarquinio.
Molti dei giovani lì presenti si offrirono volontari per condurre una guerra contro i Tarquini e riconobbero in Bruto il loro comandante.
Si diressero a Roma e anche qui Bruto conquistò il consenso del popolo.
Partì quindi per Ardea, dove il re era accampato, per indurre l’esercito a schierarsi dalla sua parte.
Quando la notizia di questi avvenimenti arrivò a Tarquinio il Superbo questi, allarmato dal pericolo inatteso, partì per Roma per reprimere la rivolta.
Bruto, allora, informato di questa azione diversiva, per evitare l’incontro, accelerò i suoi movimenti e raggiunse l’accampamento regio ad Ardea dove fu accolto con entusiasmo da tutti i soldati.
Bruto ebbe vita facile cavalcando il malcontento diffuso tra soldati e popolazione esasperati dalle angherie del tiranno.
Alla guida di quello che ormai era divenuto il suo esercito, cacciò Tarquinio ed i suoi figli sbarrandogli in faccia le porte di Roma e comunicandogli la condanna all’esilio.
Furono convocati i comizi centuriati, che lo elessero assieme a Lucio Tarquinio Collatino i primi due consoli della città.
Bruto gettò le basi per il nuovo governo dell’urbe.
Il popolo giurò solennemente, in una grande assemblea pubblica, che non avrebbe permesso più a nessuno di diventare re.
Furono nominati, tra i personaggi più in vista dell’ordine equestre, nuovi senatori ampliando l’assise, ridotta ai minimi termini dalle continue esecuzioni dell’ultimo tiranno, a trecento senatori in totale.
Introdusse l’uso di convocare per le sedute del senato i padri ed i coscritti favorendo così il riavvicinamento della plebe alla classe senatoriale.
Nacque così una “cosa” nuova.
La chiamarono “cosa pubblica” in latino “Res Publica”.
Dopo circa 200 anni i simboli regali, che troneggiavano sui 7 colli, furono ammainati e sul colle Palatino furono innalzati i vessilli della Repubblica.
Governò Roma per 500 anni.

DIVORZIO

Trentatre milioni di italiani sui trentasette milioni di aventi diritto al voto parteciparono al referendum sull’abrogazione della legge institutiva del divorzio.
Entrata in vigore nel 1970, la legge aveva introdotto anche in Italia l’istituto dello scioglimento del matrimonio causando controversie e opposizioni, in particolare tra le aree culturali e politiche che si muovevano all’interno del mondo cattolico.
Al momento della sua promulgazione, il fronte sociale e politico era fortemente diviso sull’argomento.
Le forze socialiste, laiche e liberali si erano fatte promotrici dell’iniziativa parlamentare (la legge nacque, infatti, a opera del socialista Loris Fortuna e del liberale Antonio Baslini).
Forti differenze erano comunque presenti nel mondo della sinistra tra le avanguardie radicali e libertarie (femministe, Partito Radicale, Partito Socialista ) e parti consistenti del mondo comunista che per la sua impronta ortodossa, dovuta dalla forte vicinanza con la rigidità e l’intransigenza sovietica, mal digeriva processi di innovazione, trasformazione e liberazione sociale, e indussero il PCI ad orientarsi verso una trattativa con la DC.
Il comitato promotore del referendum era guidato da Gabrio Lombardi e schierava nella campagna contro il divorzio diversi intellettuali e politici, tra i quali Salvatore Satta, Sergio Cotta, Augusto del Noce, Carlo Felice Manara, Enrico Medi, Giorgio La Pira, Alberto Trabucchi, e Ugo Sciascia.
La Democrazia Cristiana e il Movimento Sociale Italiano si erano opposti alla legge.
Parte del mondo culturale cattolico, invece, si era comunque dichiarato favorevole, come le ACLI o il movimento dei cattolici democratici di Raniero La Valle, mentre il resto dei movimenti cattolici come Comunione e Liberazione erano rimasti completamente fedeli alle indicazioni della CEI.
Ma l’Italia, sull’onda della grande rivoluzione culturale, progressista e libertaria che si era avviata con il ‘68, viaggiava ormai a vele spiegate verso un inarrestabile processo di trasformazione della società in senso riformista.
E quindi, nonostante le forti pressioni del mondo cattolico e le freddezze dell’ortodossia comunista, nei due giorni di voto, del 12 e 13 maggio 1974. il 59,1% dei votanti si dichiarò contrario all’abolizione della legge.
Da quel giorno l’Italia si allineò agli altri paesi occidentali in particolare a quelli governati dalle socialdemocrazie riformiste.