EDDA VAN HEEMSTRA

aveva solo 11 anni quando i tedeschi occuparono la cittadina olandese di Arnhem, dove viveva con la mamma.
Il padre Joseph Anthony Ruston era britannico e aveva da qualche anno già divorziato dalla moglie e abbandonato la famiglia.
Tra le cause ci furono anche le sue simpatie per i nazisti.
Non era il suo vero nome e aveva adottato il cognome della mamma in luogo di Audrey Kathleen Ruston, che aveva abbandonato per il suo suono pericolosamente britannico.
Edda faceva studi di danza e si recava a ballare in eventi clandestini per finanziare il movimento di resistenza alla occupazione nazista.
La famiglia del padre aveva origini altamente aristocratiche ed aveva tra gli ascendenti il Re Edoardo III.
Durante l’occupazione, specie dopo lo sbarco in Normandia, la pressione dei tedeschi si fece ancora più crudele e lei soffrì di malnutrizione per le confische di derrate alimentari. Nonostante ciò, sebbene giovane adolescente, si offrì di fare da staffetta tra le linee di guerra per la consegna di messaggi segreti alla forze partigiane olandesi e, dopo lo sbarco, anche alle forze alleate.
Alla fine della guerra era un giovane scricciolo, fragile per le sofferenze subite.
Nel ‘48 ritornò con la mamma a Londra dove proseguì gli studi di danza con la celebre maestra Marie Rambert. Dopo qualche tempo però la dissuase dal proseguire a causa della sua altezza di 1,67 e per la fragilità derivata dalla malnutrizione patita, sebbene la ragazza avesse delle indubbie ed eccellenti doti recitative.
La sua carriera di attrice iniziò con un documentario educativo: Nederlands in zeven lessen (L’olandese in 7 lezioni).
Ma il suo vero esordio, dopo alcune comparsate cinematografiche, fu nel 1951.
Durante le riprese del film Vacanze a Montecarlo, la scrittrice Colette, il cui romanzo Gigi era stato trasformato in una commedia per Broadway, la notò per la sua bravura e per la sua eleganza e la scelse per interpretare proprio la parte della protagonista.
La commedia riscosse un discreto successo di critica e la sua interpretazione moltissime lodi.
Ma nessuno poteva prevedere che da quel momento stava prendendo l’avvio la carriera di una delle più straordinarie attrici della storia del cinema mondiale.
Vacanze Romane, Sabrina, Colazione da Tiffany, Sciarada, My fair lady, Due per la strada, fu la sequenza dei suoi film più noti.
Fu subito vista come l’emblema del fascino e dello stile, lo stilista Givenchy la definì una delle donne più eleganti del mondo.
Vinse il primo Oscar già al suo esordio con Vacanze Romane a cui seguirono una valanga di premi: 2 golde Globe, 3 David di Donatello, 1 Grammy e 1 Emmy.
Negli anni Settanta abbandonò gradualmente il mondo del cinema per dedicarsi ad attività umanitarie.
Fu nominata ambasciatrice dell’Unicef e furono numerosissime le missioni in Africa in aiuto alle comunità di bambini sofferenti per fame o malattia.
È stata indiscutibilmente una delle attrici di maggior fascino ed eleganza mai esistite ed ha segnato la storia del cinema per essere stata giustamente considerata il simbolo della classe nel mondo della donna.
Agli inizi della sua carriera cinematrografica aveva assunto il cognome della nonna paterna e voi l’avete conosciuta con il nome di Audrey Hepburn.
P.S. Audrey, Whitney…chissà perchè le donne di cui mi innamoro hanno tutte il nome che finisce in “ey”.

È NATA IL 31 OTTOBRE DEL 2005

e, oltre che a essere bellissima, con un destino felice, anzi felicissimo.
Oggi ha 16 anni e vive in Inghilterra dove sta frequentando un corso di studi molto particolare. Nonostante la giovane età già conosce il suo futuro e sa che farà un lavoro esclusivo e riservato a pochissimi.
All’età di 12 anni è stata insignita del collare del Toison d’oro, l’ordine più prestigioso esistente, anche più di quello britannico della Giarrettiera, fondato nel 1430 da Filippo III di Borgogna ed oggi diviso in due rami, quello Spagnolo guidato dai Borbone e quello austriaco al cui vertice ci sono gli Asburgo Lorena.
In Europa sono solo tre le fanciulle che sono nella condizione della nostra pulzella, si tratta di Vittoria di Svezia, Elisabetta del Belgio e Caterina Amalia dei Paesi Bassi.
E sti caxxi direte voi, ha avuto solo fortuna.
Sì è vero ma forse se la sta meritando.
A 14 anni, quale presidente del premio delle Asturie ha iniziato a tenere i suoi discorsi pubblici e parla perfettamente inglese, francese, catalano e inoltre riesce a farsi comprendere in italiano, arabo e cinese mandarino. Eccelle negli studi in tutte le materie, specie quelle attinenti una formazione umanistica-politica. Non credo che sia frutto solo di un impegno “matto e disperatissimo”, rinfrancato quotidianamente da un auto convincente “volli, sempre volli, fortissimamente volli”.
Forse ha le qualità che le servono a compiere il suo fato.
Vi presento Doňa Leonor, Principessa delle Asturie, primogenita di Filippo VI di Borbone e quindi, in virtù della legge semi-salica che ne regola il dettato costituzionale e in mancanza di un figlio maschio, destinata e diventare regina di Spagna.
Dopo Isabella II, che regnò dal 1833 al 1868, una donna tornerà sul trono di Madrid.
Nei commenti posto il breve video nel quale viene insignita del Toison d’oro.
P.S.: Voi direte “che fai? sei un socialista monarchico?” No, ma non posso ignorare che, dal dopoguerra ad oggi, la socialdemocrazia europea ha avuto modo di affermarsi con stabilità e di incidere con maggiore profondità nella sua stagione di riforme per creare una società evoluta, moderna e progredita, da Gonzalez e Zapatero in Spagna, Blair in Gran Bretagna, Di Rupo in Belgio, e ancora in Olanda, Danimarca, e infine con i paesi scandinavi di Olof Palme, più in paesi a guida monarchica che in quelli repubblicani.
Viva la Reina.

(video tratto dal seguente indirizzo youtube: https://youtu.be/8iVfodw_KX4)

NE SONO 70 ED È UN GIUBILEO DI PLATINO

Era il 6 febbraio 1952 quando salì al trono, alla morte del padre, anche se fu incoronata il 2 giugno del 1953.
Fu un gioco del destino che si manifestò nelle vesti di una sottana made in Usa e borghese quanto basta per allontanare suo zio Edoardo VIII dalla corona inglese.
E fu così che giovanissima, quasi una ragazzina, sedette sul trono dello stato, tra quelli contemporanei, più antico e prestigioso del mondo.
Sulle bianche scogliere di Dover iniziarono a masticare la parola democrazia nel 1215, con l’adozione della Magna Charta, e più tardi, quando in tutta Europa andavano di moda le monarchie assolute e ovunque si imitava Louis Quatorze, le Roi Soleil, quello della famosa frase “l’état c’est moi”, dalle parti di Albione scoprivano l’importanza del parlamento e nel 1689 adottavano il Bill of rights che trasformava la corona inglese in una monarchia parlamentare riconoscendo una centralità delle assemblee nella guida politica e costituzionale dello stato.
La allora giovane regina, che in questi 70 anni ne ha viste di cotte e di crude e di tutti i colori, proseguì sino ad oggi il suo ruolo di custode delle trazioni istituzionali e di garante degli equilibri costituzionali e della unità della nazione, non dissimile dalla stessa sacralità con la quale regnò Elisabetta I, rivalità e guerra a Maria Stuart a parte.
A qualcuno potrebbe far ridere la adozione, ancora oggi, di quegli orpelli che a volte sembrano stucchevoli mascherate o barocchi rituali.
Ma quei riti, che si sono perpetuati nei secoli, sono serviti a mantenere intatta la forma costituzionale e l’assetto democratico di cui quel paese ha vissuto.
Quelle liturgie sono servite a dare alle istituzioni britanniche una autorevolezza tanto grande da entrare nelle coscienze delle popolazioni e rimanere intatta alle intemperie della storia che hanno devastato lo scorrere dei secoli.
La sacralità della corona si è estesa alla sacralità dello stato e nulla avrebbe mai permesso e mai permetterà di rovesciarla.
Dittature e dittaturelle, avventurose o meno che fossero, quali quella che hanno devastato i primi anni del Novecento, non avrebbero mai potuto, da quelle parti, non solo affermarsi ma addirittura trovare un minimo spazio tra l’attenzione dei britannici proprio per la concezione di sacralità della guida costituzionale del paese.
E invece al contrario, e a ben rifletterci, non sarà certo un caso se, dal dopoguerra ad oggi, proprio la socialdemocrazia europea ha avuto modo di affermarsi con stabilità e di incidere con maggiore profondità nella sua stagione di riforme per creare una società evoluta, moderna e progredita, da Gonzalez e Zapatero in Spagna, Di Rupo in Belgio, e ancora in Olanda, Danimarca, nei paesi Scandinavi di Olof Palme e infine proprio in Inghilterra con Tony Blair,  più in paesi a guida monarchica che in quelli repubblicani.
Quel senso delle istituzioni ha anche sviluppato una fortissima identità nazionale mescolata in una osmosi inscindibile con il rispetto dei suoi simboli in quanto identificativi della sacralità dello stato.
Non è un caso se da quelle parti ogni evento, formale o informale, istituzionale o ludico che sia, è concluso dall’inno nazionale e non è un caso che, ovunque ci si trovi, qualunque sia l’occasione o lo scenario, tutti, ma proprio tutti, dagli anziani ai maturi, dai giovani ai ragazzini, si mettono in piedi e cantano con compostezza e raccoglimento.
Si chiama solennità
Necessaria per mantenere alto il senso delle istituzioni e trasmetterne il rispetto tra le persone.
E ovunque in ogni stato, popolo, comunità, religione, la solennità è sempre stato il laticlavio con il quale ammantare di sacralità i simboli costituzionali in una sorta di iconolatria delle istituzioni.
Ma da loro è diverso, è più forte e di tale solennità Elisabetta II, in linea con i suoi predecessori, è stata una rigorosa, attenta, custode piena osservante delle tradizioni e dei dettati costituzionali del suo paese.
È per questo che è rispettata ma anche adorata dal suo popolo, è per questo che in Inghilterra non cantano l’inno solo allo stadio e nelle aule parlamentari non si sognano minimamente di introdurre scatolette di tonno o apriscatole da III C in gita scolastica.
Oggi Elisabetta II compie 96 anni.
God save the Queen.

(Video tratto dal seguente indirizzo: https://youtu.be/jn94s0eyRLo)

DIECI ANNI – 11.2.2012

Il suo nido fu la parrocchia, il suo vento furono i gospel e fu subito tra le nuvole, senza incertezze, senza esitazioni.

La gabbia venne dopo. Il business, il successo, il pop. “Devi sfondare nel mercato bianco,” le dissero.

Allora tra bianchi e neri c’erano ancora pesanti distinzioni e quel che facevano i secondi non era amato dai primi.

Furono subito record, rimasti sempre imbattuti. E poi venne la celluloide e come nei film accadde l’inimmaginabile. Nessuna come lei, ancora oggi.

Ma l’uccellino in gabbia sapeva che volare non era una malattia.

“Try it on my own” fu il simbolo di quell’epoca. “Provo a fare da sola, a modo mio”.

Al diavolo i discografici, al diavolo le giurie, al diavolo la critica. Rimasero lei, il suo pubblico e la sua musica. Ma l’acuto centrale di quella canzone e il salto di tre ottave con un nota sola furono il simbolo di nuove e più grandi conquiste e giunsero successi ancora più immensi.

E fece di tutto. Soul, blues, r&b classico e contemporaneo, gospel, la lirica con Pavarotti, cantò Gershwin, Bacharach, l’inno nazionale, il thema delle olimpiadi e dei mondiali di calcio, cantò per Mandela in Sudafrica, nei giorni della sua liberazione, quando per i neri era ancora difficile vivere e per i bianchi era troppo facile sparare. Ovunque vennero giù le tribune e gli stadi furono pieni per settimane intere.

L’uccellino era tornato a volare. Ma tra le nuvole ci si poteva perdere.

“Can i be me”, disse. Non si ritrovava più. Molte cose crollarono, quelle della vita semplice, la famiglia, l’affetto paterno, la mancanza di normalità, l’amore.

“I look to you” sembrò la rinascita e che tutto fosse passato.

Ma non era vero.

E così l’usignolo del mondo volò in cielo, per non tornare più.

Lasciò il mondo più povero e la musica, che in vita la temette d’esser vinta, ora senza di lei teme d’esser morta, per sempre.

Ciao Whitney.

(Video tratto dal seguente indirizzo: https://youtu.be/8v5AexgDmoA)