DIVORZIO

Trentatre milioni di italiani sui trentasette milioni di aventi diritto al voto parteciparono al referendum sull’abrogazione della legge institutiva del divorzio.
Entrata in vigore nel 1970, la legge aveva introdotto anche in Italia l’istituto dello scioglimento del matrimonio causando controversie e opposizioni, in particolare tra le aree culturali e politiche che si muovevano all’interno del mondo cattolico.
Al momento della sua promulgazione, il fronte sociale e politico era fortemente diviso sull’argomento.
Le forze socialiste, laiche e liberali si erano fatte promotrici dell’iniziativa parlamentare (la legge nacque, infatti, a opera del socialista Loris Fortuna e del liberale Antonio Baslini).
Forti differenze erano comunque presenti nel mondo della sinistra tra le avanguardie radicali e libertarie (femministe, Partito Radicale, Partito Socialista ) e parti consistenti del mondo comunista che per la sua impronta ortodossa, dovuta dalla forte vicinanza con la rigidità e l’intransigenza sovietica, mal digeriva processi di innovazione, trasformazione e liberazione sociale, e indussero il PCI ad orientarsi verso una trattativa con la DC.
Il comitato promotore del referendum era guidato da Gabrio Lombardi e schierava nella campagna contro il divorzio diversi intellettuali e politici, tra i quali Salvatore Satta, Sergio Cotta, Augusto del Noce, Carlo Felice Manara, Enrico Medi, Giorgio La Pira, Alberto Trabucchi, e Ugo Sciascia.
La Democrazia Cristiana e il Movimento Sociale Italiano si erano opposti alla legge.
Parte del mondo culturale cattolico, invece, si era comunque dichiarato favorevole, come le ACLI o il movimento dei cattolici democratici di Raniero La Valle, mentre il resto dei movimenti cattolici come Comunione e Liberazione erano rimasti completamente fedeli alle indicazioni della CEI.
Ma l’Italia, sull’onda della grande rivoluzione culturale, progressista e libertaria che si era avviata con il ‘68, viaggiava ormai a vele spiegate verso un inarrestabile processo di trasformazione della società in senso riformista.
E quindi, nonostante le forti pressioni del mondo cattolico e le freddezze dell’ortodossia comunista, nei due giorni di voto, del 12 e 13 maggio 1974. il 59,1% dei votanti si dichiarò contrario all’abolizione della legge.
Da quel giorno l’Italia si allineò agli altri paesi occidentali in particolare a quelli governati dalle socialdemocrazie riformiste.

Il 7 MAGGIO

Oggi del 1919 nasceva, a Los Toldos, María Eva Duarte.
Era di umili origini, ultima di cinque figli. Visse sino all’età dell’adolescenza in quel piccolo centro a circa 300 km. dalla capitale.
Qui vi si trasferì a 15 anni, dove perseguì una carriera da attrice corredandola sia di interpretazioni da palcoscenico, sia di partecipazioni in film e trasmissioni radiofoniche.
La sua vita fu molto controversa e molto discussa. Luci ed ombre sono state mescolate di continuo ma senza impedire che la sua storia si trasformasse in leggenda.
Così come Aspasia di Mileto, alla quale attribuirono origini peccaminose, sostenendo che fosse stata la tenutaria di un postribolo, Eva fu spesso additata per la particolare disinvoltura e spregiudicatezza con la quale percorse in maniera rampante i primi anni della sua carriera nel mondo dello spettacolo..
Spregiudicatezza della quale furono tacciate anche, e soprattutto, quando entrambe diventarono compagne di uomini potenti che incontrarono in divisa alla guida di un esercito e trasformarono in uomini di stato.
Eva, a fianco del suo uomo, recitò per diverso tempo il ruolo di ambasciatrice nazionale non sempre ben accetta, però, specie nelle corti e nei palazzi presidenziali degli stati europei.
Così come Aspasia che, trasformando la sua casa in uno dei più importanti cenacoli nel quale accolse i personaggi più significativi dell’arte, della letteratura, della filosofia dell’epoca, diede a Pericle lo spessore culturale per diventare uno dei governanti più illuminati della storia ateniese e greca, Eva Duarte, memore ed ispirata dalle sue origini umili, diede al suo compagno una visione politica rivolta verso i deboli e gli oppressi della società che spesso contrastava in maniera stridente con l’approccio nazionalista e dittatoriale del suo regime.
La vita e le contraddizioni di Eva sono sotto gli occhi di tutti e non possono essere raccontate qui.
Ma quel che la storia ricorda è che fu amata tantissimo dal suo popolo tanto da offuscare la figura del suo uomo.
La sua fama, e l’amore quasi unanime della sua gente, fu consacrata in maniera immemorabile quando, nel 1952, morì, a soli 33 anni, di un male inesorabile. Ci fu la mobilitazione di un intero popolo. Per renderle ossequio ci furono code di chilometri e ai suoi funerali parteciparono più di due milioni di persone.
Fu una vicenda che impressionò il mondo intero. E anche dopo la sua scomparsa la devozione per lei divenne un culto. Fu esposta in un feretro di cristallo nella sede del sindacato dove fu oggetto di continua venerazione per diversi anni.
La sua salma imbalsamata fu poi trafugata dai successori, ed avversari politici, del marito, nel fondato timore che il suo culto potesse pericolosamente perpetuarsi, e fu tenuta nascosta a lungo. Per un certo periodo il tenente colonnello Moori Koenig, capo dei servizi segreti, mise il feretro di cristallo in un furgone, dove lo lasciò per diversi mesi. Le spoglie vagarono in numerosi edifici militari, sempre sotto sorveglianza protetta e nascosta. Quando il colonnello Koenig si rese conto che non poteva continuare a spostare la salma da un luogo all’altro, né poteva distruggerla (avrebbe causato una rivolta), la trasportò nel suo ufficio, nella sede centrale del servizio informazioni, dove rimase fino al 1957. Si dice che Koenig, affascinato dalla perfezione del lavoro anatomico effettuato sul corpo di Eva, si pavoneggiasse mostrandola ai suoi visitatori. Poi fu portata a spasso per il mondo (si dice che per qualche tempo fosse anche a Milano in una tomba intestata al nome fittizio di Maria Maggi, vedova de Magistris).
Solo nel al 1974 fu riportata in patria dove, sebbene fossero trascorsi più di 20 anni, fu accolta da un oceano di sostenitori.
Ora riposa nella cappella di famiglia del cimitero della Recoleta interrata in un vero e proprio bunker, protetto da una serie di porte battenti, in una sorta di dedalo a confronto del quale le piramidi sono un gioco.
Al mondo è conosciuta, ed ancora oggi è ricordata, con il nomignolo affettuoso che le diede la sua gente EVITA.

(il video è tratto dal seguente indirizzo you tube: https://youtu.be/KD_1Z8iUDho)

LE TRIANGOLAZIONI DEL PENSIERO

Il 5 maggio del 1821 muore a S.Elena Napoleone. Lo stesso giorno di tre anni prima, nel 1818, nasce a Treviri Karl Marx.

A parte tale coincidenza, ai più sembra che tra i due non vi sia alcun punto di contatto.  Né storica, né culturale, tantomeno ideologica.

È chiaro che addentrarsi in una disamina delle enormi complessità che si celano nelle pieghe delle vite del fondatore dell’impero e del padre del comunismo è un lavoro immane, a fare il quale non sono neanche certo di essere all’altezza. Cionondimeno qualche piccolo sfizio, nel lanciarci in spericolate acrobazie sul trapezio della cultura sperimentale, possiamo togliercelo.

Non è vero che i due ragazzi non ebbero un qualcosa che li avvicinasse, un fil rouge che in qualche modo rappresentasse un piccolo legame che li mettesse in contatto.

Il suo nome era Giorgio Guglielmo Federico Hegel, nato a Stoccarda il 27 agosto 1770, padre dell’idealismo, fonte di pensiero dal quale è nata tutta la filosofia moderna sia di destra che di sinistra dalla quale, a sua volta, sono state generate le principali ideologie che hanno governato la politica del XX secolo.

Insomma il più grande filosofo dell’era moderna.

Hegel su Napoleone si esprimeva così: “I professori tedeschi di diritto pubblico non tralasciano di scrivere una quantità di opere sul concetto di sovranità e sul significato degli atti della Confederazione (del Reno). Ma il più grande professore di diritto pubblico risiede a Parigi”.

La più importante opera di Hegel, la “La feomenologia dello spirito”, ha al suo centro l’imperatore di Ajaccio. L’opera Hegeliana, che viene universalmente considerata la “bibbia” di tutto quel che venne dopo, è totalmente ispirata alla figura di uomo di stato di Napoleone. La leggenda vuole sia stata completata dal filosofo proprio la notte della battaglia di Jena.

Vi chiederete come si arriva da tutto questo al padre del Comunismo.

Ci arriviamo.

Il capitolo centrale della summa Hegeliana è centrato sul superamento, da parte della rivoluzione francese, del vecchio ordine e sul conseguente superamento del sistema rivoluzionario da parte del nuovo ordine napoleonico.

Insomma una triangolazione a tutti gli effetti.

Attraverso il terrore rivoluzionario, l’uomo raggiunge finalmente la sintesi finale che lo appaga definitivamente.

Orbene tale parte della “Fenomenologia” ebbe anche tanta influenza sul giovane Marx il quale, inutile a dirlo, era nei primi anni un Hegeliano convinto. Successivamente pur aprendo il suo pensiero ad una forma di criticismo nei confronti del padre dell’idealismo, riguardo per esempio al concetto di “religione della proprietà privata”, non rinuncia a riconoscerne grandi meriti.

Se nel complesso la critica marxiana verte soprattutto sul rapporto tra società civile e Stato, il merito di Hegel, secondo Marx, è quello di avere concesso spazio alla società civile, differenziandola dalla società politica che si incarnava nello Stato.

Non vi sfuggirà da queste poche e povere righe che c’è tanto Hegel in Marx, ma c’è anche tanto Napoleone in Hegel.

Ed ecco che quel fil rouge di cui vi parlavo vien fuori alla distanza e partendo da un dito dell’Empereur, fa un doppio giro attorno alla vita di Hegel, per finire nella mano di Karletto.

C’est la vie.

 

1968

A Parigi gli studenti occupano l’università della Sorbona per protesta contro la chiusura dell’università a Nanterre e l’espulsione di molti colleghi.

La decisione fu presa dopo mesi di scontri nel paese avviati il 22 marzo. L’occupazione segnò l’inizio del periodo di rivolta studentesca detto anche “sessantotto”.

Era la notte tra il 3 e il 4 maggio e da quel momento si avviò l’unica vera rivoluzione nella storia che ha stravolto i modelli culturali della società, non potendo a ciò le rivoluzioni più note e celebrate.

Non fu solo una questione di look.

Non si trattò solo di passare dalle gonne a balza alle mini super mini, o dalla brillantina e dai cravattini ai capelli lunghi ed ai sandali sotto i jeans. All’improvviso fecero irruzione, nei giovani e nella societa, concetti ed idee che fino ad allora erano stati dei tabù.

Sarebbe facile puntare l’indice verso l’amore libero, ma anche il concetto di pace e non violenza, fratellanza ed equità furono valori a modo loro rivoluzionari per quegli anni. Sebbene ne avesse cominciato a parlare duemila anni prima un predicatore palestinese.

Vive la revolution.

THE STARS SPANGLED BANNER

è l’inno nazionale statunitense, il national anthem. 

A differenza nostra gli anglosassoni hanno un forte senso della identità nazionale e un sacrale rispetto per le istituzioni e i simboli che le rappresentano.

Una delle colpe che il presidente con i capelli gialli pagherà per tutta la vita è proprio l’attacco dissacrante alle istituzioni, i giorni successivi allo spoglio elettorale, e l’assalto delle sue orde animalesche al Campidoglio con i piedi sulle scrivanie e le bandiere usate a mo’ di tovagliolo.

Un vilipendio alle istituzioni che il popolo americano non gli perdonerà mai.

Forse noi non riusciremo mai a capire la profondità di questo senso civico ma del resto è proprio in Italia che nelle aule parlamentari energumeni chiamati deputati hanno introdotto scatolette di tonno, cartelli da stadio e magliette da isola dei famosi, insomma roba da III C in gita scolastica. Ma non c’è da stupirsi.

Negli U.S.A. invece è diverso e tra i simboli sacri del popolo americano c’è ovviamente l’inno nazionale.

E così come noi lo cantiamo in piedi e con il dovuto rispetto solo allo stadio, sbeffeggiandolo o fregandocene altamente, invece, se lo ascoltiamo mentre stiamo al bar, oltre oceano quando suona l’inno, ovunque succeda e con  chiunque sia presente, è sempre un momento di composta solennità o profonda emozione.

Non è estraneo a tutto ciò il mondo della musica e quando un cantante viene invitato a interpretare l’inno a uno degii eventi sportivi di spicco, qual’è per esempio il superbowl, l’emozione è quasi più grande di quella di vincere un Grammy.

Anche perchè l’inno U.s.a. è difficilissimo e mette a dura a prova le capacità di qualunque star della canzone per il salto di 2 ottave che c’è nella sua partitura.

Gli americani amano fare le classifiche su tutto, anche su quale gomma da masticare si appiccica più fortemente all’asfalto, e ovviamente ci sono tante classifiche sulle migliori interpretazioni del National anthem al Superbowl. 

https://nypost.com/article/the-10-best-super-bowl-national-anthem-performances/

https://www.rollingstone.com/music/music-lists/super-bowl-national-anthems-whitney-houson-10706/

A distanza di trenta anni la vincitrice è solo e sempre lei, con una interpretazione quasi improvvisata, senza una grande preparazione, quasi buttata lì al centro del campo di gioco, all’ultimo minuto.

Con una partitura riadattata ad un tempo di 4/4 per consentirle di esplodere tutta la potenza della sua voce, ha cantato le sue parti così, senza sforzo, saltando da un’ottava all’altra con la stessa naturalezza con la quale un bimbo gioca con la sabbia e con un fa5 nell’acuto finale da far venire i brividi.

Lei sarà sempre così, lo disse pure Mina, baciata dal dono della inarrivabilità.

Whitney Houston.

 

(Il video è stato tratto dal seguente indirizzo youtube: https://youtu.be/uAYKTMQl7MQ)

NEWYORKESE

d.o.c, di Brooklin, va in giro nel mondo dello spettacolo da piu di 60 anni.

Non aveva ancora 20 anni quando esordi nel pantheon della canzone della east cost.

Ma approdò presto al cinema e nel mondo della celluloide realizzò il suo talento mescolando la sua eccelsa ispirazione musicale con una capacità recitativa straordinaria.

Esordì subito con il successo e Funny Girl la consacrò a star indiscussa dello show d’oltreoceano.

Hello Dolly, Ma papà ti manda sola sono alcune delle perle di una carriera straordinaria che l’ha vista vincere di tutto, Oscar, Grammy, Emmy, Golden Globe.

The way we were (Come eravamo), con Robert Redford, la consacrò al film d’autore magistralmente diretti da Sidney Pollack.

 

(Tratto dall’indirizzo youtube: https://youtu.be/jT0IXTXAnmo)

Poi ha superato sé stessa quando ha fuso in un unico genio l’arte della interpretazione, del canto, della regia, della sceneggiatura mescolate con il meno nobile senso degli affari, proprio della produzione cinematografica.

È nata una stella è stato un film di tale successo che recentemente ne è stato prodotto un remake interpretato da Lady Gaga, A star is born.

Il thema del film, Evergreen, è il brano nel quale il suo talento si manifesta nella forma piú eccelsa e con il quale mostra un dominio della voce e della musicalità totale.

Oggi compie 80 anni e non ha mai smesso di stupire il mondo con la sua arte e la sua bravura.

Auguri Barbra Streisand.

Il video è tratto dal seguente indirizzo youtube: https://youtu.be/OfQi6HSUDCw

 

 

 

 

ROMA

Esattamente oggi, ma di 2775 anni fa, un giovane pastore, discendente di Enea e figlio di un dio, scavava sul colle Palatino il primo solco di quella che sarebbe diventata la città più importante della storia.

Nacque al prezzo di un sangue versato, quello di Remo, e nel segno di Marte dio della guerra.

Da quel momento per quasi mille anni dominò il mondo non solo imponendo il suono sinistro delle sue armi, ma diffondendo anche fiumi di cultura e di arte ed espandendo nel brutale mondo di allora le regole della civiltà, così come una foresta si espande all’improvviso nel deserto.

Il destino non le fu sempre favorevole. Per diverse centinaia di anni fu anche oggetto di devastazioni ed invasioni, lacerata spesso tra opposte fazioni che se ne contendevano il dominio.

Ma dopo essere stata la capitale di un impero, fu anche la sede temporale e trascendente della fede nell’uomo che fece della parola l’arma più potente del mondo. I suoi eredi tradirono spesso il messaggio di pace, libertà, uguaglianza che Gesù trasmise agli uomini, ma difesero sino allo stremo quella città nella quale avevano fondato la loro chiesa.

E grazie al quel potere visse poi anni di splendore che la portarono, molti anni dopo, ad essere finalmente la capitale di una vera nazione.

Oggi potremmo dire che la nostra capitale è l’unica cosa bella che è derivata dall’azione unionista.

Ammirata in tutto il mondo è la culla di una infinità di tesori e, tra i suoi monumenti, l’arte che custodisce e la cultura che si respira nella sua aria, non c’è chi non ne resta irrimediabilmente innamorato.

Se non esistesse il mondo sarebbe molto più triste.

Grazie Roma, città eterna.

LEONARDO

Nel 1452 nasceva oggi, ad Anchiano, Leonardo da Vinci.
Si fa prima a dire cosa non fece che ad elencare la infinità di discipline nelle quali eccelse. Una sola parola racchiude il suo immenso talento: genio. Leonardo è universamente riconosciuto come il genio per antonomasia. Ed anche citare l’incredibile elenco delle creazioni, frutto della sua genialità, sarebbe impossibile e tra l’altro certamente indurrebbe in qualche dimenticanza.
Fu anche l’uomo degli arcani e dei misteri a cominciare dal suo vezzo di scrivere al contrario, cioè da destra verso sinistra.
Ed ancora misteri si celano dietro ili sorriso della Gioconda e tra il panorama dello sfondo, nella raffigurazione degli apostoli nell’Ultima cena, nelle proporzioni volutamente sbagliate dell’Annunciazione, probabilmente alla ricerca degli occulti effetti dell’anamorfosi.
Misterioso è l’Uomo Vitruviano, racchiuso nel simbolismo del cerchio e del quadrato, sovrapposti ma decentrati, che fa pensare alla
teoria mistica della “Quadratura del cerchio” esposta da Ermete Trismegisto nel Corpus Hermeticum, il cui studio proprio in quegli anni fu introdotto da Cosimo De Medici nei cenacoli intellettuali della Firenze rinascimentale.
Ci sarebbe da scrivere per ore su tutto quel che Leonardo fu, ed io sono la persona meno indicata, con la convinta sensazione che quel che di Leonardo si sa è una briciola rispetto alla immensità che si nasconde dietro quel che di Leonardo non si sa e forse mai si saprà.
**********************
Ho volutamente scelto il disegno dell’Uomo Vitruviano, per celebrare tale ricorrenza, perchè tale opera è l’emblema del “summum sapere” di Leonardo. Un genio che alla sua conoscenza immanente affiancava anche un profondo sapere esoterico mescolando nelle sue opere i due livelli di conoscenza.
Leonardo, attraverso l’Uomo Vitruviano, esprime le conoscenze matematiche e geometriche apprese da Vitruvio. Lo testimoniano la suddivisione con rette disegnate nel corpo e le forme geometriche del cerchio e del quadrato create su di esso.
Attraverso le due posizioni e i punti, nei quali l’Uomo Vitruviano tocca le forme geometriche, Da Vinci pone anche il senso esoterico e simbolico della sua opera.
Il quadrato è la rappresentazione simbolica del mondo materiale formato dai quattro elementi terra, acqua, fuoco e aria.
Il cerchio è la rappresentazione simbolica della totalità. Per totalità si intendono tutti i sistemi materiali e immateriali che comprendono, immaterialmente, gli archetipi con i quali la natura crea le espressioni della vita.
Al centro del quadrato vi sono le gonadi sessuali, attraverso le quali, la natura si rigenera trasformando in modo continuo la materia.
Il centro del cerchio è rappresentato dall’ombelico dal quale la vita si alimenta e trae la sua linfa vitale, simboleggiando la fonte di Energia.
L’uomo che tocca con mani e piedi i lati del quadrato rappresenta l’uomo “statico o materiale“, dove la sua esistenza è concentrata nei legami e nelle leggi della materia. Il suo operato nel mondo è sostenuto, fondamentalmente, dalla sopravvivenza, dalla difesa del territorio e dalla riproduzione.
L’uomo, che con i piedi tocca il cerchio e con le mani tocca l’estremità di intersezione tra il quadrato e il cerchio, rappresenta l’uomo “dinamico o di conoscenza“, il quale ricerca lo scopo della vita ma soprattutto le leggi che la regolamentano.
Anch’esso però è “rinchiuso nel quadrato“, perchè fatto con leggi di natura alle quali non può sottrarsi.
L’Uomo Vitruviano rappresenta dunque l’evoluzione che l’uomo può compiere da uomo statico, preso dalle dinamiche “base” della vita, a uomo di conoscenza in grado di elevarsi ed elevare l’umanità.
Per Leonardo, è l’uomo ad essere al centro di ogni cosa e le sue azioni sono determinate dal libero arbitrio derivato dalla sua conoscenza, ma all’interno delle leggi del cosmo e della natura.
Tali conoscenze e leggi, come affermano i testi sacri, sono state “fuse” nel DNA umano per mezzo del Creatore, permettendo all’uomo di conoscenza di creare a sua immagine e
L’Uomo Vitruviano è un simbolo artistico e geometrico, nel quale vengono tradotte, attraverso l’utilizzo del disegno e della geometria, la gran parte delle leggi invisibili con cui la natura crea. L’Uomo di Leonardo dunque non è solo un disegno ma un simbolo contenente conoscenze geometriche ed esoteriche.
*****************
La quadratura del cerchio, uno dei misteri esoterici più irrisolti, e l’Uomo Vitruviano
L’Uomo Vitruviano risolve anche il problema della quadratura del cerchio, non in senso geometrico, ma in modo simbolico.
La matematica e la geometria sono linguaggi creati dall’uomo per calcolare i movimenti archetipali con i quali la natura crea.
Questi linguaggi, essendo creati dall’uomo per sé stesso, hanno dei limiti naturali, rappresentati ad esempio, proprio dal quadrato dell’Uomo Vitruviano.
La quadratura del cerchio si risolve nel momento in cui uomo e cosmo divengono una cosa sola, poiché la vita ha bisogno della materia per esprimersi e conoscersi e la materia ha bisogno della vita per essere animata.

NIKE

La filosofia del fitness suggerirebbe di prendere le mosse direttamente dall’Étoile, ma farsi circa tre chilometri e mezzo a piedi, con tutto quello che si deve fare dopo, rischia di barattare la forma fisica con il defribrillatore.
E allora conviene rinviare la promenade lungo les Champs-Élysées e partire direttamente da Place de la Concorde, lasciando alla inclinazione di una eventuale accompagnatrice di scegliere il percorso intellettuale, che taglia all’interno des Jardin des Tuileries, ultima testimonianza del palazzo reale andato distrutto nel 1871 a seguito dell’incendio provocato dai dodici estremisti capitanati da Dardelle.
Se, di contro, dovesse prevalere la passione per lo shopping, la elegante e parallela Rue de Rivoli accenderebbe certamente gli entusiasmi di qualunque signora fosse in vostra compagnia.
La meta è le Carousel, per arrivare finalmente a mettere il naso nell’immenso cortile del Louvre, lasciato libero dalla distruzione delle Tuileries, ed oggi occupato dalle due piramidi invertite, eredità esoterica del Presidente Mitterand.
Sono stato al Louvre due volte, nella prima occasione ero adolescente, nella seconda più maturo.
Solo in tarda età ho scoperto la querelle sulle origini del nome.
La tesi più conosciuta lo fa derivare dal latino lupara, cioè “luogo abitato dai lupi”. Sauval sostiene derivi dall’antico termine sassone “leouar” che significava castello o fortezza. Altri ritengono che derivi dal termine “rouvre”, che significa quercia, dal bosco che lo circondava. Altri ancora riferiscono che il significato sia ascrivibile alla parola “l’oeuvre” (in francese il capolavoro), perché era il palazzo più grande della Parigi del XII secolo.
Sorvolando sulla disputa toponomastica il Louvre è universalmente riconosciuto come la culla di una quantità di bellezze dal valore incalcolabile.
Parlare di tutte non basterebbero mille pagine, scegliere le migliori sarebbe una hit-parade arrogante e iniqua.
Vado per emozioni.
È la prima che incontrai, ma non fu per questo che me ne innamorai.
Alta circa due metri e mezzo domina con la sua imponenza la enorme sala dalla quale si accede alla scalinata. Mi lasciò a bocca aperta così ampia, con quelle ali aperte pronte ad avvolgere l’universo, mescolando un sentimento di protezione, verso l’intera umanità, con una incredibile percezione di un “procinto di movimento” immortalato in una autentica ipostasi di uno “spiccar il volo”.
La Nike di Samotracia, la più bella scultura che abbia mai visto, della quale non oso immaginare la magnificenza se non avesse subito la mutilazione della testa e delle braccia.
E mentre mi cullo ad occhi chiusi immaginandomi ancora al suo cospetto, pensare che quel nome così aristocratico, che il titano Pallante e la ninfa Stige diedero a quella che divenne la dea della vittoria, è stato storpiato in un volgarissimo “naike”, anch’esso figlio delle orribili tendenze yankee che hanno fatto delle bellissime lingue classiche un museo degli orrori, trasformando media in “midia”, plus in “plas”, summit in “sammit”, mi fa venire una rabbia sorda e repressa, rassegnata da quanto stupidamente tali storture siano state accolte dalla cultura occidentale.

IL CIGNO DI UTRECHT

per l’eleganza con la quale si muoveva in campo in tutte le sue giocate.
Così fu definito Marco Van Basten, attaccante olandese che dalla fine degli anni ’80 ha imperversato, per tutto il decennio successivo, con le sue fantastiche imprese nel mondo del calcio.
Ha vinto tutto.
Tutto quello che poteva essere umanamente vinto con la sua squadra di club e quasi tutto con la nazionale olandese.
È considerato uno dei giocatori più forti della storia del calcio, per molti il centravanti più forte, sicuramente il più elegante.
Ma non è per le sue imprese pedatorie che oggi lo rammentiamo.
“Troppe partite, i giocatori giocano troppo e alla lunga non reggeranno fisicamente”.
Questa dichiarazione, resa qualche anno fa, quando era a capo del Dipartimento di sviluppo tecnico della Fifa, scatenò un putiferio e gli costò l’incarico.
Erano gli anni in cui l’avidità dei presidenti dei club, ma anche delle organizzazioni internazionali, muovevano per una moltiplicazione della gare per incassare maggiori diritti televisivi e nessuno doveva ostacolare tale progetto.
Quel processo che portò, come succede oggi, a giocare due partite a settimana, ha subito l’effetto prodromico delle dichiarazioni di Van Basten.
Per chi si interessa di calcio sono note le incredibili girandole di infortuni che investono attualmente il mondo del calcio.
Tra l’altro senza eventi traumatici evidenti o rilevanti, giocatori che si fanno male, anche gravemente, corricchiando o in allenamento.
Questo riferimento al rettangolo di gioco ci aiuta ad introdurre un tema ben più vasto che si riflette in comparti ben meno ludici della realtà sociale.
La inarrestabilità del business-show spiega i suoi effetti anche altrove.
Nel mondo del lavoro turni più massacranti per maestranze e dipendenti.
Fabbriche sempre aperte con turni quasi mai gratificati. Negozi aperti la domenica senza ferie o straordinari.
Dipendenti pubblici con il lavoro da casa che si somma a quello d’ufficio.
Ovunque c’è un padrone che vuole guadagnare di più ma pagare di meno.
Ma anche negli investimenti del pubblico e del para-pubblico.
Si chiudono, ospedali, presidi medici, tribunali, uffici del catasto, camere di commercio, sportelli di servizi, tratte ferroviarie o linee di autobus, in una drammatica corsa all’accentramento perchè rami secchi, non produttivi, con poche utenze, dimenticando che certi servizi non sono aziende, legate alla logica del profitto, ma presidi destinati a servire bisogni, in una Italia che è ancora delle municipalità, dei comuni, dei campanili, sparsi tra la dorsale appenninica e le valli alpine, tra le basse padane e le aree interne delle grandi isole. Vi vivono la stragrande parte degli italiani, quasi 50 milioni.
Possono davvero i soldi, la ricerca esasperata del guadagno stravolgere le regole immodificabili della vita?
Possono i soldi cancellare le regole di tenuta fisica di un giocatore, la insopportabilità della fatica di un operaio, di un impiegato, di una commessa?
Può il denaro farci dimenticare che anche il paesino di “roccacannuccia” ha bisogno, della strada, che vi arrivi e parta un autobus, di una guardia medica o di un posto di polizia, perchè il centro più vicino è a 40 km, ma un’ora di viaggio su una strada impossibile?
Se ci sono ancora oggi oppressori e oppressi a cosa sono servite le rivoluzioni per le quali tanto abbiamo sudato e faticato sui libri di scuola?
Questo rapporto dell’uomo così servile dinanzi al dio denaro c’è sempre stato?
Questa infernale macchina del guadagno è sempre esistita?
Dobbiamo forse tornare a una vita primitiva per riscoprire certi valori?
L’angosciante sensazione che nulla è mutato e nulla muterà a volte opprime.
A volte invece con piccoli movimenti riusciamo ad adattarci tra gli angusti e laceranti spigoli della caverna dell’esistenza illudendoci di stare comodi. Si chiama rassegnazione.