ERA IL 44 AVANTI CRISTO

e anche allora si chiamava Senato.
Solo che in quell’epoca era, ed era stato, il tempio nel quale venivano custodite, da oltre 500 anni, le tradizioni repubblicane e poco importa se spesso condite da intrighi e congiure.
È il fine che giustifica i mezzi, dirà molto tempo dopo Niccolò. E comunque quegli intrighi e quelle congiure erano ben distanti dalle patetiche scatolette di tonno o dalle magliette con scritte varie che gli indegni epigoni moderni di quei senatori sono soliti introdurre, di questi tempi, nelle aule parlamentari.
Erano più sanguinarie, ma in quell’epoca sangue e vita avevano valori ben diversi da oggi, ed erano sicuramente più dignitose.
E fu proprio con una di tali congiure che fu ucciso Gaio Giulio Cesare.
E dire che, tra i sogni di Calpurnia e il volo delle cicogne, di segnali che avrebbero dovuto dissuaderlo dall’andare al Senato ne aveva avuti.
Ma si sentiva forte.
Aveva il consenso del popolo e si sentiva inarrestabile. E così sfidò gli dei.
Ma la sua marcia verso il potere assoluto fu violentemente interrotta da chi non poteva tollerare il ritorno del volo delle aquile reali sui colli fatali di Roma dopo che, dalla cacciata di Tarquinio il superbo, 500 anni di gloriosa storia repubblicana si erano inanellati sulle sponde del Tevere.
Ma la storia è ingrata e quelli che sarebbero dovuti essere salvatori perirono sotto i ferri di chi, nel solco di Cesare, costruì i viali trionfali dell’impero.
Di loro c’è il ricordo dell’ignomia, di Cesare la memoria del Divo.
E poco importa se voleva trasformare una repubblica in monarchia assoluta e se era stato aduso a comprare voti con denari sonanti per la sua ascesa sulla scalinata delle arrampicate sociali.
Ave Cesare.